Tanti auguri a me!

Ten-Years-Time-e1444138204498Oh cazzo, ma lo sapete che mi sono accorto che a marzo 2019 ho festeggiato (in contumacia da me stesso) i miei dieci anni di presenza su questo blog?

E avessi trovato uno, dico uno, che mi avesse proposto di scrivere un libro. L’essenziale è invisibile agli occhi, tsé (cit., ma senza tsé).

Ma la cosa più bella di tutte è che ricordo esattamente quel momento. Ricordo persino la maglietta che indossavo. E l’ho fatto anche perché ero stufo del mio attuale lavoro. Oddio, no…sono riuscito a trovare il modo di deprimermi anche con un post dal titolo lieto…

Oé, non rompete le palle col copyright: la fonte dell’immagine è qui. Immagine che ho messo ma che non vedo. Dieci anni senza essere riuscito a capire come funge ‘sta piattaforma, eh.

 

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Lavoro

Era tanto tempo che non scrivevo. E noto che no, la depressione non mi è passata. Per fortuna! Almeno sono coerente a me stesso, mi pare un bel passo avanti.

Allora, che è successo negli ultimi anni di bello? Un sacco di cose. Ho visitato molti paesi, ho preso una marea di strafottutissimi chili, ho ricominciato a fumare perché NON SIA MAI volersi bene e ho imparato a dire un sacco di bugie.

Ora, mi direte: “sei un depresso cronico da quel che scrivi”. Beh, grazie, lo sapevo: siate perlomeno originali nelle offese. Tra le altre cose, ho anche una depressione mediocre. Mai niente di eclatante, tipo piangere per la pubblicità dei tarallini o mettersi paura per il suono di un clacson. NIEN-TE.

Negli ultimi anni, più di tutto, si è fatta prepotentemente strada in me la certezza di vivere una vita “sbagliata”. Che no, non vuol dire essere sbagliati. Io la intendo più come quella sensazione di non trovare un senso al tempo. E ciò è dovuto al fatto che impiego troppa energia nel lavoro. Un lavoro come tutti gli altri, d’ufficio: arrivare al 27 girando intorno al concetto di lavorare senza poi effettivamente farlo.

Il caro John Maynard Keynes, economista del quale non so nulla se non che fosse britannico, agli albori degli anni 30 del secolo scorso predisse, sulla scia dell’innovazione tecnologica, che la settimana lavorativa sarebbe diventata di sole 15 ore. e come dargli torto? Se ben penso al mio lavoro, che svolgo per anche 11 ore al giorno, mi rendo conto che la maggior parte del tempo la passo nel fare riunioni, prendere caffè, popolari campi di vari tool che – citazioni valide per qualsiasi stronzata vi presenteranno a suon di brillanti slide –  ottimizzano i tempi, riducono le spese etc etc etc. Per il resto, la vita d’ufficio è un excursus che parte da confronti al limite del counseling per sfociare nel più assurdo paradosso kafkiano, financo a raggiungere il nichilismo niciano, ossia parlare del nullo eretto a sistema.

Tutti i giorni mi guardo attorno e, dopo aver tentato di capire il perché io percepisca uno stipendio, osservo “le dinamiche” d’ufficio. Il massimo comune denominatore di qualsiasi interazione è che colui/coloro che riceveranno il messaggio che stai mandando, si arrabbieranno con te per una non precisata ragione. Il meccanismo, da vedere, è anche divertente. Provateci anche voi, mettetevi alle spalle di un collega (e non rompete i coglioni col dire che non lo fareste mai…con voi lo fanno tutti, solo per odiare il modo in cui scrollate il mouse o perdete tre secondi tre per grattarvi una palpebra anziché mandare mail, mail, mail) e osservate. Non appena appare una email, vi si avventano sopra come le vecchiette ai matrimoni all’apertura del buffet. Leggono avidamente (per poi sostenere, giorni dopo, di non aver fatto caso alla comunicazione con frasi standard tipo: “Oh, mi deve essere sfuggita”/”Scusami, ma è nel backlog: ho 200 mail da smaltire”/”L’ho vista, ma pensavo avessi risolto con XXX (nome di collega qualsiasi, non importa la funzione: è importante che passasse di lì per caso”) e, nel mentre della lettura, potrete notare la tensione negli occhi, la fronte corrugata, la bocca con gli angoli all’ingiù.

E poi via, a sfogarsi con i colleghi parlando male di chi ti ha scritto.

Che palle ragazzi. Che pal-le.

Questo non è che uno stupido esempio della nullità in cui tutti ci siamo chiusi negli anni. Una nullità fatta di mail con elaborati piedini, meeting insulsi e chiacchiere da macchinetta del caffè, cene aziendali alle quali non vuoi andare, valori che non ti appartengono ma che devi far finta che ti calzino a pennello e, appunto, una recita continua.

Quanto da me sopra espresso non è per niente frutto della depressione, ma figlio della logica osservazione. Tutto questo, ma anche di più, è quello che mi dà tutti i giorni la certezza di vivere una vita sbagliata. E la cosa più assurda è che tutti noi lo pensiamo, ma non ce lo diciamo a voce alta. E a me ‘sta cosa mi ammazza.

Mi ammazza perché non cambio. Mi ammazza perché recito tutti i giorni, quando ho scientemente deciso anni fa di non calcare le tavole dei palcoscenici a causa della mia bassa autostima. Mi ammazza perché da qualsiasi terapista io vada, mi sento sempre dire che non si deve lasciare il lavoro: mai uno che ti dicesse “sai che c’è, ma se una cosa ti fa male allontanala no?”.

No. Non si può.

La parola d’ordine è: “accettazione”.

Ma fanculo l’accettazione, che a casa mia fa tanto rima con rassegnazione. Ma perché non dite nulla voi? Mi date un segno tangibile che ci siete, che pensate le stesse cose e che non sono pazzo?

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Maltornata

Mia è tornata. Ma vincerò io.

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Le ceneri di Pirandello

Non conoscevo quanto accaduto alle ceneri di Luigi Pirandello, scrittore che ai tempi dell’università amai particolarmente più che per i suoi noti meriti, per il suo strano rapporto con il teatro.

Godetevi il racconto di Camilleri.

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Che noia crescere

Ao, se me lo avessero mai detto che crescere sarebbe stata ‘sta palla…beh, gli avrei creduto.

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Cosa c’è di nuovo?

Non ve lo so dire. In fondo è passato più di un anno da quando mi ero ripromesso di riapparire. O non lo avevo promesso? Boh, io l’ultimo post non l’ho mica riletto.

Sono cambiate un sacco di cose, a dire il vero…e molto non è cambiato. Il mio cuore è ancora assoggettato alla persona che invase la mia vita due anni fa precisi e non riesco a dare una svolta a tutto ciò, nonostante i tentativi.

Ho cambiato un paio di case e ho appena disdetto quella dove vivo, che io simpaticamente chiamo “la fogna”. Ve la vorrei far vedere, se solo non me ne vergognassi. Devo trovarne un’altra che ancora non mi metto a cercare, ma tant’è: qualcosa capiterà. in realtà la questione casa porta con sé echi di una triste storia che mi vede in lotta con i miei genitori da mesi e che purtroppo sta percorrendo sentieri pericolosi. Non parlo più con loro né li vedo più.

Ebbene sì, signori, mio padre me lo diceva sempre: “tu, con quel carattere, nella vita resterai solo”. Aveva ragione, già. Eppure, non so perché, ma non riesco a convincermi del fatto che avesse anche solo l’un per cento della ragione. Più ci penso e più mi rendo conto che la sua maledizione, così simpatica da sentire quando hai meno di dieci anni e dovresti essere esortato anziché offeso, non è del tutto reale. Lui presagiva ch’io sarei rimasto solo per il mio carattere aspro (non lo definiva così e manco così lo descriverei: diciamo che il solo non essere d’accordo con lui gli faceva proferire parole sul mio nefasto destino di solitudine e amarezza), mentre io sono solo perché mi vergogno di invitare persone nella fogna dove vivo e perché mi sono sentimentalmente chiuso con una persona con la quale non ci sarà mai un futuro.

Ebbene, caro papà, avevi ragione! Finalmente sono solo, e sono anche disgustosamente grasso, cosa che hai sempre detestato e che mi hai fatto pesare. Ed io, al sentirmi offeso, mangiavo ancora di più il mio dolore strafogandomi e riempiendomi lo stomaco tentando di colmare me stesso, quel me stesso che ripetevi sarebbe rimasto un giorno solo. Sbagliato nella forma, nel carattere e nella sostanza. Il figlio pigro, che non seguiva il calcio, che sembrava scemo. Eh già. Profezia azzeccata.

Ma basta, alla fine tra perdere un figlio imperfetto e perseguire la propria infelicità non deviando mai dal proprio sentiero, mio padre ha scelto la prima strada. Sapete, non pensavo si potesse. Non credevo un genitore arrivasse a tanto. Io non posso avere figli, ma ho sempre sentito di come l’amore tra genitori e figli sia una cosa da non poterlo comprendere fino a quando non lo si prova. Che strano il destino, vero? Io che non posso avere figli non potrò mai capire fino a quanto mio padre mi abbia tradito. Ironia del destino, la mia.

Ci rivedremo, su queste pagine? Boh. Ma alla fine, chi legge? Nessuno. E neanche faccio nulla per far girare questi scritti. Così sono, così resteranno. Un giorno forse vi parlerò del mio viaggio in solitaria in Giappone o del soggiorno in Colombia. Oppure delle risate a Lisbona e dei pochi libri affrontati in questi anni. Ah, ho anche cambiato lavoro e sono entrato a pieno titolo nella schiera degli impiegati infelici. Sorridetemi, ho barattato la mia vita per una maschera: Luigi Pirandello sarebbe fiero di me. Ora ti capisco bene, caro il mio drammaturgo romanziere. Avevi ragione, solo che prima ero dall’altra parte della barricata. Ero tra i giovani, tra i sognatori, in mezzo a coloro che deridono la borghesia grazie alla loro giovinezza ma che ne fanno parte. Ora sono tra le maschere, gli sconfitti, gli incastrati, i personaggi che non trovano un autore. Ad un certo punto la vita ti prende e ti inghiotte, ti dà una maschera e un costume che tu, senza saperlo, hai cucito e preparato nel tempo, e ti getta nel teatrino dell’assurdo.

Eccomi, cacchio. Sono adulto ora. Che brutto.

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Sparito

Non è pigrizia, la mia, fidatevi. Mi riesce difficile, però, aggiornare queste pagine: avete presente quei momenti nella vita in cui ti rendi conto che sta succedendo qualcosa di importante e che ti segnerà a vita? Ecco, quello: anche se mi sento anestetizzato e continuo a mordermi la coda tentando di rifuggire l’essere adulto con tutte le incombenze che ne derivano, so che stanno accadendo molte cose attorno a me e che molti miei pensieri si stanno modificando.

Si cresce, nonostante tutto. Mannaggia.

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