Maltornata

Mia è tornata. Ma vincerò io.

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Le ceneri di Pirandello

Non conoscevo quanto accaduto alle ceneri di Luigi Pirandello, scrittore che ai tempi dell’università amai particolarmente più che per i suoi noti meriti, per il suo strano rapporto con il teatro.

Godetevi il racconto di Camilleri.

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Digressione | Pubblicato il di | Contrassegnato | Lascia un commento

Che noia crescere

Ao, se me lo avessero mai detto che crescere sarebbe stata ‘sta palla…beh, gli avrei creduto.

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Cosa c’è di nuovo?

Non ve lo so dire. In fondo è passato più di un anno da quando mi ero ripromesso di riapparire. O non lo avevo promesso? Boh, io l’ultimo post non l’ho mica riletto.

Sono cambiate un sacco di cose, a dire il vero…e molto non è cambiato. Il mio cuore è ancora assoggettato alla persona che invase la mia vita due anni fa precisi e non riesco a dare una svolta a tutto ciò, nonostante i tentativi.

Ho cambiato un paio di case e ho appena disdetto quella dove vivo, che io simpaticamente chiamo “la fogna”. Ve la vorrei far vedere, se solo non me ne vergognassi. Devo trovarne un’altra che ancora non mi metto a cercare, ma tant’è: qualcosa capiterà. in realtà la questione casa porta con sé echi di una triste storia che mi vede in lotta con i miei genitori da mesi e che purtroppo sta percorrendo sentieri pericolosi. Non parlo più con loro né li vedo più.

Ebbene sì, signori, mio padre me lo diceva sempre: “tu, con quel carattere, nella vita resterai solo”. Aveva ragione, già. Eppure, non so perché, ma non riesco a convincermi del fatto che avesse anche solo l’un per cento della ragione. Più ci penso e più mi rendo conto che la sua maledizione, così simpatica da sentire quando hai meno di dieci anni e dovresti essere esortato anziché offeso, non è del tutto reale. Lui presagiva ch’io sarei rimasto solo per il mio carattere aspro (non lo definiva così e manco così lo descriverei: diciamo che il solo non essere d’accordo con lui gli faceva proferire parole sul mio nefasto destino di solitudine e amarezza), mentre io sono solo perché mi vergogno di invitare persone nella fogna dove vivo e perché mi sono sentimentalmente chiuso con una persona con la quale non ci sarà mai un futuro.

Ebbene, caro papà, avevi ragione! Finalmente sono solo, e sono anche disgustosamente grasso, cosa che hai sempre detestato e che mi hai fatto pesare. Ed io, al sentirmi offeso, mangiavo ancora di più il mio dolore strafogandomi e riempiendomi lo stomaco tentando di colmare me stesso, quel me stesso che ripetevi sarebbe rimasto un giorno solo. Sbagliato nella forma, nel carattere e nella sostanza. Il figlio pigro, che non seguiva il calcio, che sembrava scemo. Eh già. Profezia azzeccata.

Ma basta, alla fine tra perdere un figlio imperfetto e perseguire la propria infelicità non deviando mai dal proprio sentiero, mio padre ha scelto la prima strada. Sapete, non pensavo si potesse. Non credevo un genitore arrivasse a tanto. Io non posso avere figli, ma ho sempre sentito di come l’amore tra genitori e figli sia una cosa da non poterlo comprendere fino a quando non lo si prova. Che strano il destino, vero? Io che non posso avere figli non potrò mai capire fino a quanto mio padre mi abbia tradito. Ironia del destino, la mia.

Ci rivedremo, su queste pagine? Boh. Ma alla fine, chi legge? Nessuno. E neanche faccio nulla per far girare questi scritti. Così sono, così resteranno. Un giorno forse vi parlerò del mio viaggio in solitaria in Giappone o del soggiorno in Colombia. Oppure delle risate a Lisbona e dei pochi libri affrontati in questi anni. Ah, ho anche cambiato lavoro e sono entrato a pieno titolo nella schiera degli impiegati infelici. Sorridetemi, ho barattato la mia vita per una maschera: Luigi Pirandello sarebbe fiero di me. Ora ti capisco bene, caro il mio drammaturgo romanziere. Avevi ragione, solo che prima ero dall’altra parte della barricata. Ero tra i giovani, tra i sognatori, in mezzo a coloro che deridono la borghesia grazie alla loro giovinezza ma che ne fanno parte. Ora sono tra le maschere, gli sconfitti, gli incastrati, i personaggi che non trovano un autore. Ad un certo punto la vita ti prende e ti inghiotte, ti dà una maschera e un costume che tu, senza saperlo, hai cucito e preparato nel tempo, e ti getta nel teatrino dell’assurdo.

Eccomi, cacchio. Sono adulto ora. Che brutto.

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Sparito

Non è pigrizia, la mia, fidatevi. Mi riesce difficile, però, aggiornare queste pagine: avete presente quei momenti nella vita in cui ti rendi conto che sta succedendo qualcosa di importante e che ti segnerà a vita? Ecco, quello: anche se mi sento anestetizzato e continuo a mordermi la coda tentando di rifuggire l’essere adulto con tutte le incombenze che ne derivano, so che stanno accadendo molte cose attorno a me e che molti miei pensieri si stanno modificando.

Si cresce, nonostante tutto. Mannaggia.

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Panico

Dovresti oramai aver capito che arriva per qualche motivo. Probabilmente quando c’è qualcosa che non va. Oddio, in passato sai bene che non era così, il panico veniva e basta: senza se, senza ma e soprattutto senza preavviso. Una stretta alla gola, un tremolio, un senso di oppressione o di svenimento, un pensiero ossessivo: questi, tra mille altri, i sintomi. E poi ancora: il gelo incontrollabile, la smania, la volontà cieca di fuga dalla situazione che stavo vivendo con la possibilità di finire in una peggiore, l’impossibilità di fare respiri profondi, il disgusto per il cibo, i violenti moti intestinali, il senso di pressione al cranio, i sudori freddi, le vampate in zone circoscritte del corpo, la ridotta sensibilità delle estremità o l’ipersensibilità della cassa toracica. E non ultimi: i giramenti di testa, gli occhi ardenti dal bruciore, la bocca asciutta, l’eccessiva e penetrante sudorazione ascellare, i dolori mascellari, le balbuzie, i pensieri che sfuggono, la nausea, il voltastomaco e il senso di vomito, la fobia di cose innocue come bere o le canzoni o la televisione.

C’è sempre qualcosa da dover mettere a posto, sistemare, regolare. Qualcosa ti richiama alla realtà da troppo tempo.

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I difensori della nazione

Sono in fila da quasi un’ora alla questura della mia zona per la richiesta del passaporto. Essere in fila è però, in questo caso, una locuzione bizzarra in quanto presupporrebbe la presenza di una coda, composta da persone.
Io invece sono solo. Sto facendo la fila con me stesso, girando in tondo nella sala di attesa per avere l’impressione che io sia in coda con qualcuno (che, in questo caso, è rappresentato dalla proiezione virtuale del mio io reale in giro per la stanza, ecco. Semplice).

Intorno a me, cinque difensori della nazione: i poliziotti. Evidentemente devono aver studiato un metodo, sconosciuto ai normali cittadini come me, per far sì che tramite whatsapp si possano controllare pattuglie, eserciti e armi di distruzione di massa.
E sì, perchè dalle 10:38 che sono entrato i cinque stanno su whatsapp, con brevi ed interesanti excursus su siti di auto, calcio, tette, e non necessariamente in quest’ordine. Incursioni che, peraltro, danno adito ai difensori di esprimersi in muggiti, gesti maleducati, sonore grattate di zibidei e suoni gutturali di cetacea memoria.
Nel bel mezzo, io, alla mia seconda giornata in questura. Già, perchè la prima è stata un rimando da questura a questura in una girandola di: “Ma no, sa, nun semo mica noi. Quà sce deve venì co l’appuntamento on-lain sinnò deve annà da n’antra parte”.
Io che mi ero presentato, dopo il buongiorno, dicendo che dovevo fare la “richiesta” del passaporto e sono stato ammonito da ben due difensori del mondo tramite whatsappa perchè: “Eh no signò, ‘a domanda a fà quanno c’ha i documenti, mica mo’. Lei nun ce l’ha ancora”.
Già, non li ho perchè, memore dei miei problemi con la burocrazia e del mio odio verso quest’ultima, ho preferito chiedere direttamente qui cosa servisse.
Stamane, tanto per cavalcare l’onda delle correzioni linguistiche da parte degli indaffarati difensori della nazione via whatsapp, mi sono presentato, dopo il saluto, asserendo di essere venuto a portare la documentazione necessaria per la richiesta del passaporto. Colto da una ventata di inaspettata lingua italiana uno di difensori della nazione via whatsapp, con le dita raccolte e componendo con la mano il gesto di qualcosa rimasto appeso, mi fa: “ma che vor dì? O devi richiede o o devi ritirà?”.

Lo stesso difensore che, alla terza sigaretta in un’ora, ha nell’ordine (meticolosamente segnato dal sottoscritto, inviperito ma senza darlo a vedere):
– fatto una telefonata di lavoro al piano di sopra;
– aperto il cancello di ingresso4 volte (chiedendo ad un astante di lasciarlo aperto per non dover ripremere lui il pulsante apri porta);
– fornito informazioni in modo folcloristico a me, un lattaio che ha ritrovato un portafogli e due indiani (peraltro trattati come due dementi, rimbrottando loro di aver suonato troppo a lungo il citofono per entrare e per non essersi accorti che il portone era già aperto);
– il resto, extralavorativo, si è composto da whatsapp, tre sigarette, una confezione di mikado, gibboneggiamenti e muggiti vari con gli altri difensori della nazione.

Un’ora di stipendio.

Se io mi fermassi un solo quarto d’ora al lavoro mi verrebbero a spellare dalla direzione.

Non pensiate sia un’eccezione. Ieri sera sono stato dai carabinieri…ma ho bisogno di tempo per scrivere di ciò.

****pausa****

Riprendo dopo non essere riuscito a fare la richiesta. E sì, la mia colpa è essere pelato. Le mie foto non vanno bene, la testa si confonde con lo sfondo, bianco panna. “Se e deve annà a rifà”.
E va bene, andiamo.
“No, nun l’ho mai vista na cosa der genere aho: me dispiasce, nun vanno bbene. SE METTA UN CARTONE NERO AE SPALLE MENTRE SE FA A FOTO”.

Scusi? Già, lo ha detto. Un cartone nero. Con dieci euro in meno in tasca grazie ai due set di foto che ho e che non so come usare, devo ancora richiedere il passaporto. Speriamo bene.

Grazie, difensori della nazione!

***Aggiornamento dell’11/08/2015***

I difensori della nazione applicano uno di quei metodi cari all’agricoltura: la rotazione delle colture.
Non paghi e non domi di avere posto una rapa alla guardiola di ingresso della questura, decidono stavolta di cambiarla in un carciofo, permettendo così di tenere il terreno occupato affinchè non germogli il seme dell’intelligenza.

DIFENSORE DELLA NAZIONE: “Buongiorno, che deve fà?”

IO: “Buongiorno, sono venuto a richiedere un passaporto”

DIFENSORE DELLA NAZIONE: “Per cosa?”



IO: “…per avere un passaporto!”.
DIFENSORE DELLA NAZIONE: “Ah. Se metta nfila” (senza darmi il numeretto apposito).

A presto, con le mirabolanti avventure dei difensori della nazione!!!

***un minuto dopo***

DIFENSORE DELLA NAZIONE: (rivolgendosi ad un uomo che ha richiesto il permesso di soggiorno) “aho, er numeretto nun sce ll’hai?”

Ora, sapendo che l’ufficio passaporti e immigrazione sono lo stesso ufficio, esclamo: “Mi scusi, è normale ch’io non abbia il numeretto che le altre TRE volte che sono venuto per sentirmi dire che qualcosa non andava nelle foto per il passaporto mi avete invece dato?”

DIFENSORE DELLA NAZIONE: (arricciando il labbro e assumendo un’espressione crucciata) “Che deve fà lei?”



IO: “Sempre il passaporto!”
DIFENSORE DELLA NAZIONE: “Beh, allora è mejo che pija er nummeretto!”

IO: “!!!!!!!!!!!!!!”

***ultimo aggiormamento***
Ce l’ho fatta, almeno a consegnare i documenti…perché anche il ritiro e tutto il resto è stata una tregenda. A presto con gli aggiornamenti. Amen.

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